domenica 27 maggio 2007

Nel mondo dei Nonsitorna

C' era una volta una fanciulla di nome Arianna che viveva da sola in un castello e il castello era una rosa, rossa e vellutata, e nelle sere d' Estate s'apriva al cielo, e da lì, sdraiata a gambe distese e incrociate, con la testa appoggiata sulle braccia, si metteva ad ammirare la Luna bianca appesa al blu e le brillanti costellazioni. Con lo sguardo verso l'alto, adagiata su di un petalo morbido e spiovente della sua casa, pensava, e si chiedeva come mai si trovasse in quel luogo sin dalla nascita. Le piaceva - è  certo - vivere in un fiore, solo che non si spiegava il perché dell'esistenza di tanti grilli, di tante farfalle, di tante formiche, e di nessuno che fosse simile a lei.
Si cibava di fragole, di ciliegie, di mele, di arance e di molti altri frutti colorati di cui il terreno era provvisto. Intorno a lei c'erano alberi verdi e rossi di agrifoglio, e persino le strade avevano ai bordi fiori incantevoli, tutti diversi: gerani, gardenie, iris, rose d' ogni colore, fiori d'ogni sorta. Trascorreva le giornate esplorando le corolle. Sperando di scovarvi, un dì, qualcuno uguale a lei, ma non succedeva mai. Trovava ogni volta api e altri piccoli animaletti ronzanti, ma nessuno sapeva rispondere alle sue domande.
Gli uccellini, però, le avevano insegnato l'arte del canto e le lepri a correre e a scomparire tra un cespuglio e un ramo distorto. Aveva imparato da sola a parlare. In un angolo della sua rosa teneva un libro di figure di esseri come lei, ma non ne conosceva la provenienza. Alcune volte si specchiava sul lago e immaginava di vedere arrivare dall' acqua uno di quei personaggi che aveva visto nel suo libro.
E una volta le capitò, davvero, d'incontrare qualcuno.
Una mattina aprì gli occhi poco dopo l'alba, andò al lago per rinfrescarsi il viso e sgranchirsi
gli arti, camminò con lentezza, si aggiustò il maglione rosa sulle spalle e si abbassò verso la riva. Il vestito la copriva fino ai piedi e la faceva sembrare una piccola pallina, si chinò e si avvicinò all' acqua come sempre faceva ma, stavolta, un buffo ometto con due grandi occhi azzurri, la fece balzare in aria come uno sbuffo. L' ometto aveva gambe e braccia come lei, aveva la barba, e... sorpresa delle sorprese: sapeva anche parlare! Infatti le disse subito: " cosa guardi? Aiutami ad uscire da qui!", la ragazza incredula gli porse la mano e chiese chi fosse. Lui le rispose che arrivava lì dal mondo dei folletti, e che doveva seguirlo, per incontrare la Fata degli Specchi. In preda ad un turbine di emozioni Arianna fece molte domande solo che non ricevette alcuna risposta, ma un invito ad aspettare e tutto si sarebbe risolto. Dapprima la piccola donna fu felice e cominciò a cantare, ad inventare canzoni su di una se stessa futura alta quanto un albero, e immaginava di poter diventare di tante forme, d'avere gambe enormi e braccia piccolissime, unghie a forma di boccioli rossi e steli verdi rampicanti per orecchini.
Poi, però, si guardò meglio e rimase perplessa, lei non voleva cambiare, anzi, voleva solo sapere da dove veniva. Chissà perché si era lasciata trascinare così dalla fantasia.
Si sentì all'improvviso sola, nel profondo di sé e pianse, non se ne voleva andare, una lacrima cadde sull' ometto e l' ometto si trasformò in un principe: e che principe! Era così bello che un grillo canterino munito di megafono, sedia e cappellino saltò fuori dall'acqua solo per quell'occasione, e cominciò a tesserne le lodi a tutto spiano: "ammirate signori, il sedere sembra di Ricky Martin, le labbra di Brad Pitt, lo sguardo profondo, il cervello dello stesso quoziente di Einstein, e non solo, fa discorsi Petrarcheschi di una naturalezza disarmante." Poi, schioccò le zampette e in un istante se ne andò nell'arco di un ciak.
"Perfetto, ti seguo.", disse Arianna, con aria convinta. Lui la guardò dall'alto in basso cantando Vasco e disse: "ormai è tardi... non si torna."
Così la ragazza riprese a piangere e piangere. Finché non realizzò che se una lacrima lo aveva reso splendido... una risata di scherno lo avrebbe trasformato di nuovo in quello che era stato. Quindi rise di lui e lui si sentì offeso e andò via. La ragazza non seppe più niente né di lui, né della fata degli specchi, né della sua provenienza e rimase zitella. Lui andò a piangere il suo ego ferito per l' eternità.

Ma vi pare che una fiaba possa chiamarsi tale con un finale del genere? Tanto per cominciare non appena si guardarono e si rivolsero due parole capirono di essere incompatibili. Oltretutto l'ometto era innamorato della Fata degli Specchi, che a sua volta aveva messo al mondo un omino piccino piccino dal grande cuore trasparente che s'innamorò benedettamente di Arianna. Insieme alla loro popolazione vissero anni di fulgido splendore, poi si trasferirono tutti quanti verso altri luoghi. 
Infatti, erano dei nomadi, che erravano da secoli ed amavano conoscere quanta più gente possibile, anzi, proprio per questa ragione si erano persi Arianna quando era ancora una neonata.
Il loro luogo d'origine era la Terra di Paltò, un ottimo luogo da abitare in Inverno, un po' meno in Estate, da lì venivano fuori persone capaci di creare anche l'inaspettato e aspettavano solo di mostrarlo al mondo.
Si arricchì di immensa esperienza con loro, conobbe esseri di tutte le specie, ma dopo anni di lungo vagabondare, alla piccola tornò in mente la sua rosa. Le mancava. Era triste e si vedeva, era il momento di tornare e si capiva.
Si costruì una nuova valigia, con una pianta grassa bella forte e resistente e si avviò lungo i sentieri con la persona con cui aveva condiviso tutti quegli anni.
Arrivarono al tramonto, l'aria fresca passava su di loro, che abbracciati, con tenerezza si concedevano il primo sguardo al cielo dal tetto della loro meravigliosa rosa.
[E il mondo dei Nonsitorna diventò il mondo dei Bastavolerlo].